Ebbene, questa non è una recensione, ma ci pare comunque importante, nello spirito del blog, segnalare l’iniziativa di una piccola libreria che combatte tutti i giorni per poter continuare a offrire un ottimo servizio culturale.

La redazione

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Un luogo fisico da far rinascere e rivivere… E a questo pensiero l’immaginario di tutti si è sbizzarrito. Potremmo veramente dare una risposta culturale alle domande ed esigenze più svariate che Saronno… Abbiamo deciso di rivederci mercoledì 27 marzo alle ore 20,00.

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Caro cliente, lettore, amico,
ci siamo incontrati venerdì 15 per iniziare a parlare del progetto di azionariato popolare della libreria e delle possibilità culturali che poteva offrire. 15 persone (circa) e tante idee, suggerimenti e domande. Abbiamo raccontato come è nata questa idea: le sollecitazioni non solo e non tanto a intraprendere iniziative culturali ma, soprattutto, la necessità di avere uno spazio fisico per realizzarle.
I locali dell’ormai – purtroppo – ex libreria Palomar sono sembrati a tutti l’ideale. Un luogo in centro, quindi facilmente raggiungibile, vivace, molto grande, considerando anche lo spazio del piano inferiore. Un luogo fisico da far rinascere e rivivere. E a questo pensiero…

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AUTO DA FÉ di Elias Canetti

Mi prendo il difficile e rischioso compito di dire due parole su di un grandissimo della letteratura mondiale (con tanto di premio Nobel conferito nel 1981) e su di un libro la cui complessità meriterebbe ben altri analisti ed infiniti saggi.
Cos’ho dunque io da dire su Auto da fé?
Prima di tutto vorrei sfatare il mito per cui questo nostro libro sia leggibile solo da esperti germanisti. La vicenda di Kien, alienato e ossessivo sinologo, della sua stupida e maligna consorte Therese, ha una perversa capacità d’affascinare nonostante l’impossibilità del lettore ad immedesimarsi in queste maschere grottesche. Infatti, se di certo la cattiveria di Therese ce la rende lontana, allo stesso modo la totale ossessività di Kien non può certo renderlo simpatico. Nemmeno la figura del portinaio, violento, misogino, in odor di pedofilia ed incesto può essere in nessun modo pensata come ponte per il lettore. L’unico personaggio ad avere una parziale umanità, il fratello psichiatra Gerorge, si rivela incapace a capire la follia di Kien e a prevedere l’apocalittica fine.
Questo è il primo aspetto dell’opera: la capacità di assorbirti in questo vorticante mondo orrorifico dell’Austria prenazista che anticipa le aberrazioni che verranno. Per apprezzare fino in fondo questo aspetto bisogna anche considerare che, per quanto uscito nel 1936, la scrittura di Auto da fé risale al 1931 ed anche il motivo del rogo dei libri non deriva, come si potrebbe pensare, dalle famigerate pratiche tedesche ma dall’incendio del Palazzo di Giustizia di Vienna durante una manifestazione socialista vista dal piccolo Canetti anni prima.
Altra considerazione essenziale è di ordine linguistico. Per poterla apprezzare fino in fondo, purtroppo, bisognerebbe conoscere bene la variante austriaca del Tedesco parlata in quegli anni. Nonostante ciò, ci sono delle considerazioni fattibili perfino da me. In primo luogo i diversi linguaggi di Therese, che parla con un lessico molto limitato, costruzioni fisse e spesso poco corrette dal punto di vista grammaticale; di Kien, che all’opposto ha un linguaggio aulico, altissimo, sempre immerso nella sua biblioteca, anche quando gira per i vicoli di Vienna. È chiaro quanto queste due figure non possano in nessun modo comunicare, infatti in tutto il libro l’unico momento in cui riescono a intendersi è davanti alle cifre del conto bancario.
In conclusione vorrei lanciare un appello: non lasciamoci mettere in soggezione da questi mostri sacri della letteratura che viaggiano accompagnati dalla loro fama di pedanti e freddi perfezionisti della narrativa. Un buon libro, prima di tutto, racconta una storia e un punto di vista su di essa ed almeno su questo avremo sempre qualcosa da dire, una riflessione a cui ci avranno spinto. Anche solo per quel pensiero passeggero sarà valsa la pena, poi potremo anche chiudere il libro pensando che quell’autore lo riprenderemo quando inizieremo a soffrire d’insonnia come cura omeopatica.

Auto da fè, di Elias Canetti, ed Adelphi (978-88-459-1654-0)

Fede

Per chi volesse sapere qualcosa in più su Elias Canetti segnalo: http://users.unimi.it/dililefi/Haas/Corso%202012-13,%20L’effetto%20discutibile%20del%20Premio%20Nobel%20-%20Canetti,%20Grass,%20Jelinek/Testi%20critici/Canetti,%20Ritratto%20critico%20contemporaneo%20-%20Haas,%20Belfagor,%202010.pdf

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IL CODICE DI PERELÀ di Aldo Palazzeschi

Perelà è un uomo leggero, tanto tanto leggero. Cosa del tutto normale visto che Perelà è di fumo. E un uomo di fumo, è chiaro, nasce in un camino. Ma cosa succede quando dal suo camino scende e incontra una città?
Eccolo qui tutto lo spunto di questa bella favola di Palazzeschi, una favola leggera come il suo protagonista, costruita su dialoghi veloci, allegorie e metafore dal riso amaro, ritratti di un’umanità troppo troppo pesante.
Aldo Palazzeschi, all’anagrafe Aldo Giurlani, fu uno dei grandi autori del novecento che vollero percorrere la strada delle avanguardie e di sicuro in questo romanzo(sempre che di romanzo si possa parlare in presenza di una costruzione narrativa tanto esile e pretestuosa)si sente il tocco di chi più che storie scrive quadri poetici, senza porsi fino in fondo il problema di essere compreso da un pubblico vasto e indifferenziato e anzi divertendosi a celare e mascherare. Proprio per questo l’interesse destato nella critica è stato notevole e gli studi e i commenti di grandi pensatori sono numerosi: Asor Rosa, Sanguinetti, Curi e Guglielmi per citarne alcuni. Io però resto convinta dell’importanza di una fruizione prima di tutto ingenua, che sappia apprezzare del testo i lampi di sagacità, le ombre misteriose e lo scherzo facile. Resta dalla lettura un sentimento di infantile e fuggevole, come nel gioco di cercar nelle nuvole forme o storie. E questo è forse il miglior pregio di questo libro: se da un lato racconta la difficoltà per ciò che è lieve di abitare nel mondo, dall’altro ci rende per un momento una serenità perduta che assomiglia a qualcosa di tanto tanto leggero.

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TRE CAVALLI di Erri De Luca

Spesso mi hanno parlato di Erri de Luca.

Tutti entusiasti di uno diventato scrittore un po’ tardi. Era un operaio prima.
Personalmente ero un po’ diffidente: libri un po’ troppo brevi.

Poi, dai, alla fine non è detto che se ne parlano tutti bene allora è il più grande scrittore di sempre. Lo sappiamo bene quanto i giudizi generalizzati siano pregiudizi.
Sciocchezze.

Erri de Luca è un grande scrittore. Mi è bastato un libro per capirlo: Tre Cavalli, edito da Feltrinelli nel 1999. Uno di quei libri che ti leggi, divori, in un giorno, ma ti tieni per un bel po’ di tempo in testa.

Un libro secco, duro, scarno nel linguaggio, ma dotato di un lirismo che lascia veramente basiti per l’efficacia e il trasporto che ti spinge a volerlo finire al più presto, e insieme volere che continuino a scorrere le pagine, ancora un po’ di più.
Il protagonista è un giardiniere che ritrova l’amore in una donna, Laila, ex dentista che lascia il suo lavoro e si dà alla prostituzione d’alto borgo. Il nostro eroe ha una storia alle spalle molto complessa, dura e triste, che l’ha segnato per l’intera esistenza, e credo che a salvarlo sia stata la sua profonda sensibilità.
Tutto il suo dramma esistenziale è nato con una donna, Dvora, “l’assegnata”, come la chiama lui.L’ha seguita in Argentina. Poi è venuta la dittatura ed ha perso tutto. Anche la sua amata. Dopo varie peripezie è riuscito a ritornare in Europa, prima a Londra, poi in Italia. E lì ha incontrato Laila.
In questo libro colpisce la resa del flusso di pensieri del protagonista, che ci racconta la sua storia in vari intermezzi. Dei flashback che intercorrono tra i pensieri e i discorsi del protagonista, che ci lasciano intuire quello che è stato, dipanando sempre di più quello che l’ha reso così com’è. Così si rende con estrema efficacia la potenza del personaggio, che domina la scena senza essere invadente, con un totale equilibrio, trasponendo su carta il modo in cui penserebbe chiunque di noi lungo la giornata, rendendo alla perfezione il distacco che a noi tutti è capitato di vivere tra realtà e pensiero, dove la prima scompare in favore della seconda, senza però predominare: è uno scambio di sottofondi.
Tre Cavalli, di Erri de Luca, non sarà un capolavoro, ma è un libro significativo, scritto bene e ispirante.

E poi, fa sorridere: è una storia che ti fa compagnia nel migliore dei modi, dove il protagonista diventa tuo amico e compagno, in un percorso esistenziale breve, ma comunque assai significativo. E come faccia Erri de Luca a dare così tanto in così poche pagine, non lo so.

Leggetelo e basta.

Vi innamorerete.
Victor

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LA TRAVERSATA DEI SENSI di Nadyema

Un villaggio, Zebib, da qualche parte in un’arabia mussulmana e iper moralista, una giovane sposa vergine che la prima notte di nozze non riesce ad essere “aperta”, il disonore della famiglia, il dubbio di un sigillo magico imposto e mai aperto, una donna rispettata come fattucchiera dal passato torbido e segreto. Questa la situazione di partenza che darà vita al lungo viaggio delle due, un viaggio alla ricerca della maga che ha imposto il sigillo ma anche un viaggio per scappare dai limiti e i confini imposti dal villaggio. Non solo i limiti fisici della segregazione in casa che le donne subiscono, ma soprattutto i confini mentali e corporei che la giovane Leila vive verso il proprio corpo e il proprio essere donna. Ogni luogo fisico nuovo corrisponde alla caduta di una barriera verso il piacere.

Zobida, nome falso che la donna adulta si è data per celare il passato, diventa educatrice di questa giovane vergine e la istruisce nella sua arte: il sesso. Non crede nell’amore, ma nel piacere sì ed è sicura che, chi dice che le donne portano discordia e che il corpo delle donne non appartiene a loro stesse ma ai loro mariti, menta sapendo di mentire. Conosce le perversioni di cui a volte il piacere si ammanta e le disdegna perchè il piacere vero non ha bisogno di orpelli sciocchi. Alla fine del viaggio, grazie alle sue istruzioni, la pudica Leila si sarà trasformata in una donna che sa come godere e che discorre di “scopate”, “verghe” e “gatte” senza nessun segno di rossore.

 

Un libro di sicuro inadatto alle educande, o forse scritto proprio per loro, che non disdegna un linguaggio esplicito e chiaro. La sensualità espressa in ogni pagina viene però smorzata e attenuata da alcuni espedienti narrativi poco realistici (tutto il libro viene scritto da un certo Alì a cui Zobida lo detta durante svariati amplessi) ed eccessivi (in successione troviamo un baccanale e subito dopo un contadino che pratica zoofilia con una mula). Forse questa pecca può essere giustificata dal sapore favolistico che si respira nel libro: il viaggio è viaggio di formazione dichiarato e prevale l’elemento esemplare al senso del verosimile.

Inoltre bisognerebbe conoscere meglio la tradizione letteraria araba per poter capire quali e quanti riferimenti impliciti a miti e leggende si riscontrano anche nella costruzione dell’impianto narrativo. Di sicuro si sente il sapore dei racconti di Sherazade e forse anche il tema della libera elezione del piacere si può ricollegare a quell’antico filone.

Sicuro è che la sensazione per un lettore moderno occidentale del tutto privo di riferimenti alla cultura araba è quella di una storia costruita su una serie di forzature e improbabilità.

 

La provocazione lanciata da Nedyma (pseudonimo per l’autore/autrice) vale per tutte le donne e gli uomini che ancora faticano a liberarsi dalle barriere e dalle costruzioni sociali e a vivere con gioiosa libertà il rapporto col piacere e con il corpo. Non si senta escluso nessuno perchè il viaggio di Leila è per noi tutti, di qualunque cultura e religione perchè in quasi ogni cultura e religione esistono tabù e restrizioni.

Yanna

 

 

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IL RESTO DI NIENTE di Enzo Striano

Poche persone prima di leggere questo romanzo avranno sentito nominare Eleonora de Fonseca Pimentel, nonostante sia stata una letterata di spicco nella Napoli settecentesca e un’eroina nazionale. E’ difficile che sia ricordata dai libri di storia o antologie letterarie, ma sarebbe ora che la sua memoria venisse riscattata dall’oblio cui la condannò il re di Napoli, Ferdinando IV, il quale aveva ordinato di distruggere ogni documento su di lei condannandola alla damnatio memoriae.
In breve, la sua vita: Eleonora nasce a Roma nel 1752 da una nobile famiglia portoghese che si trasferisce presto a Napoli. Qui, Eleonora si distingue grazie ai suoi versi, che le assicurano un sussidio mensile dalla corona oltre alla possibilità di frequentare la corte; ella inoltre frequenta i salotti più importanti dell’Illuminismo napoletano, ed entra a far parte dell’Accademia dei Filateti e di quella dell’Arcadia. A venticinque anni si sposa con Pasquale Tria de Solis, un ufficiale dell’esercito borbonico ignorante e violento: ha il vizio del gioco, la tradisce, la picchia. Da questo infelice matrimonio nasce un figlio, Francesco, che però morirà nel primo anno di vita; in seguito a ciò, Eleonora lascia il marito e infine ottiene la separazione.
Conquistata dalla Rivoluzione Francese si impegna in prima persona per diffonderne gli ideali presso il popolo: il punto centrale del suo pensiero fu sempre l’istruzione e l’educazione popolare, convinta com’era che quella fosse l’unica strada per raggiungere la vera uguaglianza tra gli uomini. A causa di questa attività propagandistica, però, viene arrestata e rimane in carcere per tre mesi, finchè, nei primi giorni del 1799, la fuga del re da Napoli lascia la città del caos, e lei viene liberata. Può così partecipare alla vita della Repubblica Partenopea occupandosi della direzione del giornale politico “ Il Monitore Napolitano”, tramite il quale continua la sua personale battaglia per l’educazione del popolo.
Con la caduta della repubblica e il ritorno del re in città viene giustiziata, insieme agli altri patrioti coinvolti nella rivolta antimonarchica. Era l’agosto del 1799.

Una personalità forte, dunque, una rivoluzionaria vera, Eleonora de Fonseca Pimentel.
Molto più umana, fragile, tormentata è invece Lenòr, ovvero il ritratto che di lei ci offre Enzo Striano: l’autore, per strappare dall’oblio questa donna straordinaria, decide di non scrivere un’agiografia eroica, ma una biografia (quasi) comune. Pertanto, Lenòr è una donna timida e remissiva, intelligente ma modesta, con occhi “de foco” e un gran petto florido di cui però si vergogna. Sposa un marito che non ama senza ribellarsi al volere della famiglia, e fuori dal matrimonio vive la sensualità con grandi problemi.
E poi sì, fa la rivoluzione. Ma la fa come se non avesse alternative, come se fosse qualcosa di ovvio e inevitabile: lei crede così profondamente negli ideali dell’Illuminismo che non contempla neanche la possibilità di sottrarsi alla lotta per realizzarli, per lei è scontato esporsi in prima persona per ostacolare la monarchia borbonica, è necessario rischiare la reputazione, la rendita, la libertà e la vita per conseguire quel fine. Non c’è nient’altro che potrebbe fare. Niente. Il resto di niente.

La figura della protagonista è indimenticabile proprio per questa unione peculiare di forza e debolezza, di rassegnazione “napoletana” e volontà di riscatto. E in qualche modo ci ricorda che le rivoluzioni non si fanno per eroismo, per autoaffermazione o per essere ricordati dai posteri; semplicemente, si fanno perché è giusto, perchè devono essere fatte.
Zoraide

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IL PORTO DI TOLEDO di Anna Maria Ortese

“Comprendevo adesso – scrivendo Toledo – una cosa: che ogni cosa è intimamente inconoscibile. Non per tutti. Per alcuni – e dovevo vedermi tra questi – l’inconoscibile è il vero. Un tempo, un paese possono essere senza lapidi, come la luna. E uomini e donne possono non avere vero nome, essere unicamente forze ostinate, ignoti suoni. C’è la storia fuori, c’è la Tigre nel cielo; e qui, nulla. Come in una casa (città) dimenticata”.
Una città livida e dolorosa, un quartiere affacciato sul mare, una casa rossa, un giovane assorta nella frontiera tra il sonno e la veglia. Questa forse la sostanza del Porto di Toledo, libro sospeso tra l’autobiografia e il delirio, tra il gioco letterario di ritrovare e rimaneggiare vecchi scritti e la necessità di ricostruire un ordine a un’esistenza frammentaria. Anna Maria Ortese è un’autrice sfuggente, restia ad apparizioni pubbliche con una vita di nomadismo alle spalle (ha vissuto tra l’altro in Libia, a Napoli, Milano, Rapallo) che alla fine della sua carriera e della sua vita ripercorre le tappe del passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza con quel gusto dell’esibizione del sentimento che le appartiene.
Un libro soprattutto sul senso dell’assenza e dell’abbandono, sulla ricerca dolente di una felicità impossibile. Sull’ambiguo paradosso, insomma, alla base di ogni vita umana, di ogni incapacità e inettitudine. E così il volere e non voler raggiungere quelle che la narratrice definisce Ere Successive, l’attrazione e la totale alterità verso i così detti Capitani di Luce, l’amore e l’odio per Lemano, uomo dolcissimo e crudele, l’ammirazione e la derisione per la bella Aurora Belman, amica rivale. Solo un dato appare fisso: la necessità degli affetti famigliari. E proprio questa necessità verrà sempre più disattesa, prima con la morte di Rassa, poi con quella di Albe e con la partenza di Lee. Proprio come nella vita dell’autrice il nucleo famigliare si smembra pian piano fino alla sua dissoluzione.
Quale rapporto si trova tra l’evanescente io narrante e l’autrice, quale il grado autobiografico? Difficili domande su cui molti critici hanno discusso. Di sicuro alcune tracce della vita della Ortese si ritrovano evidenti e chiare, alcuni passaggi fondamentali della sua formazione di scrittrice e di donna. La morte del fratello, per esempio, il bombardamento di Napoli (trasfigurata nella spagnoleggiante Toledo), le geografie del porto e del quartiere del Piliero, la famiglia, gli amori difficili… eppure tutto subisce una distorsione allegorica attraverso maschere simboliche. Prima di tutto attraverso la lingua che la Ortese ricostruisce, frammenta, perde e ritrova in un continuo gioco di semplificazione infantile; attraverso i nomi mutati e mutevoli in un vortice di ridefinizione continuo, non solo della narratrice (Dasa, Damasa, Toledana, Figuera), ma di tutti i personaggi principali, degli oggetti significativi, dei luoghi; attraverso un uso articolato di rimandi alle opere precedenti, al quadro di El Greco “Sepoltura del conte di Orgaz” e alla cultura ispanica.Dunque cos’è il Porto di Toledo, un’autobiografia? Forse, in parte. Ma non un’autobiografia dell’autrice quanto dell’universale, della ricerca dell’espressivo attraverso cui capire e dire l’invisibile, ciò che non è ma che è l’unico senso dell’essere.
Un libro difficile il Porto, difficile per tutti. Ma soprattutto per chi si ostina a volerlo capire e studiare senza concedersi di sentirlo. Il tipico libro che non si lascia domare ma capace di cambiare la vita se si riesce a fidarsi, a lasciarlo penetrare. D’altra parte il lettore ideale della Ortese non era certo un cattedratico, un colto ne considerava tale lei stessa che non aveva mai avuto un’istruzione canonica ma si era formata da autodidatta e aiutando i fratelli nello studio. Quando scriveva pensava a tutte quelle figure di vinti, abbandonati e doloranti ma vicini per indole e sensibilità all’espressivo e al mondo invisibile che in esso si invera.

Un libro composito, prosimetro, in cui la Ortese racchiude molti dei racconti comparsi nella prima raccolta, “Angelici Dolori” voluta da quel Bomtempelli che nel Porto si chiamerà D’Orgaz, e poesie composte in tutta una vita di scrittura. Piccole gemme incastonate in un diadema.

Yanna

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