Archivi del mese: luglio 2012

IL PORTO DI TOLEDO di Anna Maria Ortese

“Comprendevo adesso – scrivendo Toledo – una cosa: che ogni cosa è intimamente inconoscibile. Non per tutti. Per alcuni – e dovevo vedermi tra questi – l’inconoscibile è il vero. Un tempo, un paese possono essere senza lapidi, come la luna. E uomini e donne possono non avere vero nome, essere unicamente forze ostinate, ignoti suoni. C’è la storia fuori, c’è la Tigre nel cielo; e qui, nulla. Come in una casa (città) dimenticata”.
Una città livida e dolorosa, un quartiere affacciato sul mare, una casa rossa, un giovane assorta nella frontiera tra il sonno e la veglia. Questa forse la sostanza del Porto di Toledo, libro sospeso tra l’autobiografia e il delirio, tra il gioco letterario di ritrovare e rimaneggiare vecchi scritti e la necessità di ricostruire un ordine a un’esistenza frammentaria. Anna Maria Ortese è un’autrice sfuggente, restia ad apparizioni pubbliche con una vita di nomadismo alle spalle (ha vissuto tra l’altro in Libia, a Napoli, Milano, Rapallo) che alla fine della sua carriera e della sua vita ripercorre le tappe del passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza con quel gusto dell’esibizione del sentimento che le appartiene.
Un libro soprattutto sul senso dell’assenza e dell’abbandono, sulla ricerca dolente di una felicità impossibile. Sull’ambiguo paradosso, insomma, alla base di ogni vita umana, di ogni incapacità e inettitudine. E così il volere e non voler raggiungere quelle che la narratrice definisce Ere Successive, l’attrazione e la totale alterità verso i così detti Capitani di Luce, l’amore e l’odio per Lemano, uomo dolcissimo e crudele, l’ammirazione e la derisione per la bella Aurora Belman, amica rivale. Solo un dato appare fisso: la necessità degli affetti famigliari. E proprio questa necessità verrà sempre più disattesa, prima con la morte di Rassa, poi con quella di Albe e con la partenza di Lee. Proprio come nella vita dell’autrice il nucleo famigliare si smembra pian piano fino alla sua dissoluzione.
Quale rapporto si trova tra l’evanescente io narrante e l’autrice, quale il grado autobiografico? Difficili domande su cui molti critici hanno discusso. Di sicuro alcune tracce della vita della Ortese si ritrovano evidenti e chiare, alcuni passaggi fondamentali della sua formazione di scrittrice e di donna. La morte del fratello, per esempio, il bombardamento di Napoli (trasfigurata nella spagnoleggiante Toledo), le geografie del porto e del quartiere del Piliero, la famiglia, gli amori difficili… eppure tutto subisce una distorsione allegorica attraverso maschere simboliche. Prima di tutto attraverso la lingua che la Ortese ricostruisce, frammenta, perde e ritrova in un continuo gioco di semplificazione infantile; attraverso i nomi mutati e mutevoli in un vortice di ridefinizione continuo, non solo della narratrice (Dasa, Damasa, Toledana, Figuera), ma di tutti i personaggi principali, degli oggetti significativi, dei luoghi; attraverso un uso articolato di rimandi alle opere precedenti, al quadro di El Greco “Sepoltura del conte di Orgaz” e alla cultura ispanica.Dunque cos’è il Porto di Toledo, un’autobiografia? Forse, in parte. Ma non un’autobiografia dell’autrice quanto dell’universale, della ricerca dell’espressivo attraverso cui capire e dire l’invisibile, ciò che non è ma che è l’unico senso dell’essere.
Un libro difficile il Porto, difficile per tutti. Ma soprattutto per chi si ostina a volerlo capire e studiare senza concedersi di sentirlo. Il tipico libro che non si lascia domare ma capace di cambiare la vita se si riesce a fidarsi, a lasciarlo penetrare. D’altra parte il lettore ideale della Ortese non era certo un cattedratico, un colto ne considerava tale lei stessa che non aveva mai avuto un’istruzione canonica ma si era formata da autodidatta e aiutando i fratelli nello studio. Quando scriveva pensava a tutte quelle figure di vinti, abbandonati e doloranti ma vicini per indole e sensibilità all’espressivo e al mondo invisibile che in esso si invera.

Un libro composito, prosimetro, in cui la Ortese racchiude molti dei racconti comparsi nella prima raccolta, “Angelici Dolori” voluta da quel Bomtempelli che nel Porto si chiamerà D’Orgaz, e poesie composte in tutta una vita di scrittura. Piccole gemme incastonate in un diadema.

Yanna
Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

LA CITTÀ PERFETTA di Angelo Petrella

Napoli negli anni 80-90 è un posto duro da vivere, dove leggi e regole difficili da capire muovono i destini di tre personaggi: un ragazzino dei quartieri spagnoli, un liceale alla ricerca di un mondo migliore, un poliziotto corrotto. Tre esistenze lontanissime in tutto: la prima si muove in un mondo dove la fame e la lotta per vivere sono i motori primi di una vita ai margini che ti spinge alla sopraffazione perchè la scelta è o tutto o niente; la seconda invece è un groviglio di rabbie, delusioni, debolezze perchè, anche se ci si prova a cambiare le cose, si impara presto che la città non capisce una lingua che non sia quella delle armi; infine l’onore, il potere, perchè se sei DIGOS devi dimostrarlo o prima o poi perderai il rispetto. Se sei DIGOS puoi tutto perchè sei il padrone della città e hai sempre il coltello dalla parte del manico, forse.
L’unica verità che accomuna tutti è la violenza, l’incapacità di uscire dalla logica ottusa della ragione del più forte. Anche l’amiciza e l’amore finiscono per essere giocati (e allo stesso tempo sacrificati) sul piano della violenza. Forse la soluzione è scappare da Napoli alla ricerca di una redenzione d’esilio. Petrella dimostra un’abilità magistrale nel tenere un intreccio complesso giocato su tre punti di vista. La tensione non lascia tregua e porta a voltare una pagina dopo l’altra; la trama si svolge con naturalezza, senza forzature o artificiosità lasciando intatta la buona regola secondo cui un grande narratore non lascia trasparire la propria mano. Niente è scontato fino all’ultima pagina. I personaggi sono forti, umani e si muovono nel mondo che li circonda con coerenza e imprevedibilità realistiche, rese ancora più forti dalle scelte di caratterizzazione linguistica. Ognuno parla un proprio italiano dialettizzato a seconda degli ambienti e dei modelli culturali di riferimento. Se in un primo momento ci si può sentire spiazzati nella lettura, un attimo dopo si è travolti dalla forza espressiva e dall’atmosfera che evoca. Tocco di stile, l’autore fornisce anche una soundtrack per meglio avvolgersi nella sua Napoli disperata. Sono brani duri, che forse anche da soli sanno dire moltissimo della storia raccontata (come le migliori soundtrack).
La forza che esce dalle parole di Petrella, la carica di angoscia e violenza ti entrano sotto pelle, ti lasciano un sapore amaro. Non è un libro dimenticabile, non è un libro che si lascia mettere da parte, è un libro che mette alla prova il lettore, che lo turba e lo scuote, lo agghiaccia. Petrella smentisce nei fatti chi pensi che un thriller italiano di qualità non sia possibile.

Bergsten

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

LA DONNA GIUSTA di Sàndor Màrai

Questa è una storia di amore e solitudine. Mi si obietterà che questi due concetti sono inconciliabili per loro natura. Allora questa è una storia di amore, solitudine e inconciliabilità.

Il romanzo si compone di tre parti e di un epilogo, ciascuna narrata da un personaggio diverso: per la prima parte offre la sua voce Marika, ex moglie di Peter da cui ha ormai divorziato, che racconta la storia del suo matrimonio fallito; nella seconda parte a parlare è Peter, reduce da due matrimoni, uno con Marika e un secondo con Judit, la quale era stata serva nella casa dei suoi genitori e il suo grande amore giovanile, ma ciononostante anche la loro storia finisce; nella terza parte, Judit ci racconta della sua storia, dall’infanzia al matrimonio con Peter, fino ai terribili anni della Seconda Guerra Mondiale e alla sua relazione con Làzar, che era stato scrittore e amico del marito; infine, nell’epilogo è un batterista ungherese, che è stato amante di Judit, a parlarci di lei e della propria esperienza nell’immediato dopoguerra, con l’ingresso dell’Ungheria nell’URSS e la sua fuga in America.
Come già in altri suoi romanzi, quali “Le braci” o “Divorzio a Buda”, Màrai pone al centro della sua opera il grande tema dei rapporti amorosi, e riesce a sviscerarlo con rara profondità e sensibilità – riuscendo però ad essere anche estremamente lucido e semplice. Perché gli argomenti di cui tratta sono complessi e sconfinati, ma in fondo parlano ad ognuno di noi.In realtà, ne “La donna giusta” vengono toccate anche altre tematiche che non dovrebbero essere tralasciate. Innanzitutto il tema sociale, la precisa e spietata descrizione della vita e mentalità borghese da parte di chi vi era nato e anche dal punto di vista straniato della serva Judit, che dopo essere cresciuta nella miseria più nera riesce, sposando Peter, a raggiungere lo status borghese – rimanendo però fatalmente estranea alla realtà di quel mondo e quindi anche a suo marito. Sono indimenticabili le descrizioni della vita a Budapest durante la guerra, e quelle della vita sotto il regime comunista e poi nel consumismo americano – e la sostanziale condanna di entrambe. Illuminanti poi le riflessioni dell’intellettuale Làzar sulla cultura: cosa sia, come si trasmetta, quando e come può essere persa.Ma le osservazioni più interessanti Màrai ce le offre parlando degli uomini, dei loro sentimenti e delle loro relazioni.
Questa è una storia d’amore, è indubbio: vi è molto amore tra le pagine di questo libro, tutti questi personaggi, nonostante abbiano vissuti molto diversi, sono innamorati di qualcuno o di qualcosa in maniera sincera e profonda. Eppure, tra le pagine di questo libro non si creano delle coppie, nessuno dei personaggi riesce a trovare un Altro con cui costruire un rapporto di reciprocità, che contraccambi i suoi sentimenti con la stessa intensità, che condivida la sua visione della vita. I rapporti non sono mai a due, piuttosto si creano una serie di “triangoli” amorosi, fin dal primo che ci viene presentato tra Marika (lei), Peter (lui), Judit (l’altra); in effetti, il modo stesso di narrare è basato su un triangolo: in ogni capitolo, infatti, c’è il personaggio-narratore che si rivolge al personaggio-narratario, e contemporaneamente anche al lettore.Una serie di triangoli, oppure una catena di inseguimenti: i personaggi ci sembrano pezzi di un puzzle che non riescono a combaciare. Ecco perché è una storia di amore e inconciliabilità.Quindi, in fondo, tutti questi personaggi sono soli. Soli coi loro ricordi, che condividono per un momento con un’altra persona, ma che poi continuano a portare da soli come un fardello. Sono soli con la loro storia, come lo sono sempre gli uomini. Ognuno di noi è solo, ci ricorda questo libro, e noi, spaventati dalla solitudine, cerchiamo qualcuno con cui dividere la vita, un compagno o una compagna, “la donna giusta” per noi. Possiamo dire che questa ricerca sia vana? Possiamo dire che nonostante gli sforzi alla fine ognuno di noi resti solo, e l’idea che esista una persona giusta per ciascuno di noi sia solo un’illusione per rendere più sopportabile questa vita?Non credo sia possibile rispondere. E questo libro, come tutta la grande letteratura, non offre delle risposte, ma ci aiuta a porre le domande.

 

Zoraide

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

ULTIME NOTIZIE DAL SUD di Luis Sepulveda

Con fotografie di Daniel Mordzinski

Era il 1996 quando due amici hanno deciso di partire, di nuovo. Un viaggio per la Patagonia, una Moleskine  e una Leica. La voglia di andare avanti sempre, a rincorrere l’orizzonte sconfinato della pianura e tutte le sue storie di crudeltà e tenerezza, di vita e di favola. Un on the road di quelli veri, di quelli che solo in altri tempi.

Giá, perchè un viaggio così oggi sarebbe impensabile, oggi se non sei certo di dove dormirai, se non hai in tasca i biglietti di ritorno e abbastanza valige dietro per contenere tutta casa nemmeno ci pensi a partire. Oggi gli eroi nomadi non esistono più. L’ultimo forse è proprio Luis Sepùlveda: militante nell’ ejercito de liberaciòn nacional boliviano, guardia del corpo di Salvador Allende, catturato e torturato da Pinochet, scappato all’esilio, nomade per caso e per passione ha girato l’America Latina e l’Europa.

A vederlo oggi è un omone che dimostra 10 anni in meno di quanto non dicano i documenti e a sentirlo parlare si sente ancora tutta l’indignazione che lo ha spinto a lottare tutta una vita. Eppure da questo libro traspare tutta la fatica, la stanchezza e la malinconia di chi vede il proprio mondo inghiottito dal disumano.In questo 2012 fatto di spread ed azioni, di tablet e blu ray dove tutti i confini sono esplorati ed esplorabili dove sono scomparse le infinite pianure della Patagonia?Dove quel Sud magico e incantato, quel Sud di gauchos e folletti, di macchinisti ferrovieri e donne invincibili alla vita?  perso per sempre, inghiottito dalle logiche del mercato e della globalizzazione.

Ecco perchè queste sono “Ultime notizie dal Sud”. Le ultime storie raccolte da un mondo ormai “inesorabilmente perduto”, popolato dai fantasmi di Butch Cassidy e dello sceriffo Martin Sheffield che sembra raccogliere e nutrire tutti i figli perduti e dispersi, sbattuti dal vento e dalla vita ma pronti sempre a raccontarsi. E così compaiono le figure memorabili di un abile liutaio alla ricerca del legno perfetto, di un ubriacone discendete (forse) di Davi Crocket, di una vecchietta che nel mezzo della desolazione ha la capacità di far fiorire ogni pianta. L’importante è non forzare ciò che ci si trova davanti con le proprie categorie di possibile, lasciare che i racconti scorrano e che sia il Sud a guidarti.

Il libro resta in cantiere per anni e quando alla fine vede la luce, il mondo che racconta ha ormai il sapore di ciò che è “inesorabilmente perduto” e forse non è un caso, forse si può considerare questo l’epitaffio fatto da un amante sincero al suo amore di tutta una vita.

Marietta

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Perchè questo blog

Quando abbiamo deciso di scrivere un blog di recensioni lo abbiamo fatto, ammettiamolo, prima di tutto per l’urgenza umana dell’espressione. Sì, proprio così, per il semplice credere di avere qualcosa da dire, anche senza avere nessun titolo per dirlo. Pecchiamo di superbia.O forse no? Perchè dobbiamo accettare l’idea che a potersi esprimere possano essere solo i professionisti del libro o il mercato? Cosa c’è di sbagliato nel pensare a un luogo di confronto tra lettori in cui nessuno abbia la presunzione d’avere in mano la verità su un’opera ma si ricerchino insieme spunti e idee per ampliare il proprio cammino letterario? Una volta c’erano i librai che consigliavano e gli editori che vigilavano. Ora sono rimasti giusto i librai che ignorano, gli editori che speculano e le maestre che obbligano. Allora siano i lettori a farsi consiglieri-consigliati, siano i lettori a creare una comunità dove l’autorità non è data dal titolo di studio ma dall’amore per i libri, dal loro conoscerli e capirli, dal viverli. Nei nostri articoli diremo la nostra, racconteremo come noi abbiamo letto, senza pretendere che sia l’unico modo o il migliore e speriamo che lungo il cammino altri vorranno unirsi.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized