Archivi del mese: settembre 2012

TRE CAVALLI di Erri De Luca

Spesso mi hanno parlato di Erri de Luca.

Tutti entusiasti di uno diventato scrittore un po’ tardi. Era un operaio prima.
Personalmente ero un po’ diffidente: libri un po’ troppo brevi.

Poi, dai, alla fine non è detto che se ne parlano tutti bene allora è il più grande scrittore di sempre. Lo sappiamo bene quanto i giudizi generalizzati siano pregiudizi.
Sciocchezze.

Erri de Luca è un grande scrittore. Mi è bastato un libro per capirlo: Tre Cavalli, edito da Feltrinelli nel 1999. Uno di quei libri che ti leggi, divori, in un giorno, ma ti tieni per un bel po’ di tempo in testa.

Un libro secco, duro, scarno nel linguaggio, ma dotato di un lirismo che lascia veramente basiti per l’efficacia e il trasporto che ti spinge a volerlo finire al più presto, e insieme volere che continuino a scorrere le pagine, ancora un po’ di più.
Il protagonista è un giardiniere che ritrova l’amore in una donna, Laila, ex dentista che lascia il suo lavoro e si dà alla prostituzione d’alto borgo. Il nostro eroe ha una storia alle spalle molto complessa, dura e triste, che l’ha segnato per l’intera esistenza, e credo che a salvarlo sia stata la sua profonda sensibilità.
Tutto il suo dramma esistenziale è nato con una donna, Dvora, “l’assegnata”, come la chiama lui.L’ha seguita in Argentina. Poi è venuta la dittatura ed ha perso tutto. Anche la sua amata. Dopo varie peripezie è riuscito a ritornare in Europa, prima a Londra, poi in Italia. E lì ha incontrato Laila.
In questo libro colpisce la resa del flusso di pensieri del protagonista, che ci racconta la sua storia in vari intermezzi. Dei flashback che intercorrono tra i pensieri e i discorsi del protagonista, che ci lasciano intuire quello che è stato, dipanando sempre di più quello che l’ha reso così com’è. Così si rende con estrema efficacia la potenza del personaggio, che domina la scena senza essere invadente, con un totale equilibrio, trasponendo su carta il modo in cui penserebbe chiunque di noi lungo la giornata, rendendo alla perfezione il distacco che a noi tutti è capitato di vivere tra realtà e pensiero, dove la prima scompare in favore della seconda, senza però predominare: è uno scambio di sottofondi.
Tre Cavalli, di Erri de Luca, non sarà un capolavoro, ma è un libro significativo, scritto bene e ispirante.

E poi, fa sorridere: è una storia che ti fa compagnia nel migliore dei modi, dove il protagonista diventa tuo amico e compagno, in un percorso esistenziale breve, ma comunque assai significativo. E come faccia Erri de Luca a dare così tanto in così poche pagine, non lo so.

Leggetelo e basta.

Vi innamorerete.
Victor

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LA TRAVERSATA DEI SENSI di Nadyema

Un villaggio, Zebib, da qualche parte in un’arabia mussulmana e iper moralista, una giovane sposa vergine che la prima notte di nozze non riesce ad essere “aperta”, il disonore della famiglia, il dubbio di un sigillo magico imposto e mai aperto, una donna rispettata come fattucchiera dal passato torbido e segreto. Questa la situazione di partenza che darà vita al lungo viaggio delle due, un viaggio alla ricerca della maga che ha imposto il sigillo ma anche un viaggio per scappare dai limiti e i confini imposti dal villaggio. Non solo i limiti fisici della segregazione in casa che le donne subiscono, ma soprattutto i confini mentali e corporei che la giovane Leila vive verso il proprio corpo e il proprio essere donna. Ogni luogo fisico nuovo corrisponde alla caduta di una barriera verso il piacere.

Zobida, nome falso che la donna adulta si è data per celare il passato, diventa educatrice di questa giovane vergine e la istruisce nella sua arte: il sesso. Non crede nell’amore, ma nel piacere sì ed è sicura che, chi dice che le donne portano discordia e che il corpo delle donne non appartiene a loro stesse ma ai loro mariti, menta sapendo di mentire. Conosce le perversioni di cui a volte il piacere si ammanta e le disdegna perchè il piacere vero non ha bisogno di orpelli sciocchi. Alla fine del viaggio, grazie alle sue istruzioni, la pudica Leila si sarà trasformata in una donna che sa come godere e che discorre di “scopate”, “verghe” e “gatte” senza nessun segno di rossore.

 

Un libro di sicuro inadatto alle educande, o forse scritto proprio per loro, che non disdegna un linguaggio esplicito e chiaro. La sensualità espressa in ogni pagina viene però smorzata e attenuata da alcuni espedienti narrativi poco realistici (tutto il libro viene scritto da un certo Alì a cui Zobida lo detta durante svariati amplessi) ed eccessivi (in successione troviamo un baccanale e subito dopo un contadino che pratica zoofilia con una mula). Forse questa pecca può essere giustificata dal sapore favolistico che si respira nel libro: il viaggio è viaggio di formazione dichiarato e prevale l’elemento esemplare al senso del verosimile.

Inoltre bisognerebbe conoscere meglio la tradizione letteraria araba per poter capire quali e quanti riferimenti impliciti a miti e leggende si riscontrano anche nella costruzione dell’impianto narrativo. Di sicuro si sente il sapore dei racconti di Sherazade e forse anche il tema della libera elezione del piacere si può ricollegare a quell’antico filone.

Sicuro è che la sensazione per un lettore moderno occidentale del tutto privo di riferimenti alla cultura araba è quella di una storia costruita su una serie di forzature e improbabilità.

 

La provocazione lanciata da Nedyma (pseudonimo per l’autore/autrice) vale per tutte le donne e gli uomini che ancora faticano a liberarsi dalle barriere e dalle costruzioni sociali e a vivere con gioiosa libertà il rapporto col piacere e con il corpo. Non si senta escluso nessuno perchè il viaggio di Leila è per noi tutti, di qualunque cultura e religione perchè in quasi ogni cultura e religione esistono tabù e restrizioni.

Yanna

 

 

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IL RESTO DI NIENTE di Enzo Striano

Poche persone prima di leggere questo romanzo avranno sentito nominare Eleonora de Fonseca Pimentel, nonostante sia stata una letterata di spicco nella Napoli settecentesca e un’eroina nazionale. E’ difficile che sia ricordata dai libri di storia o antologie letterarie, ma sarebbe ora che la sua memoria venisse riscattata dall’oblio cui la condannò il re di Napoli, Ferdinando IV, il quale aveva ordinato di distruggere ogni documento su di lei condannandola alla damnatio memoriae.
In breve, la sua vita: Eleonora nasce a Roma nel 1752 da una nobile famiglia portoghese che si trasferisce presto a Napoli. Qui, Eleonora si distingue grazie ai suoi versi, che le assicurano un sussidio mensile dalla corona oltre alla possibilità di frequentare la corte; ella inoltre frequenta i salotti più importanti dell’Illuminismo napoletano, ed entra a far parte dell’Accademia dei Filateti e di quella dell’Arcadia. A venticinque anni si sposa con Pasquale Tria de Solis, un ufficiale dell’esercito borbonico ignorante e violento: ha il vizio del gioco, la tradisce, la picchia. Da questo infelice matrimonio nasce un figlio, Francesco, che però morirà nel primo anno di vita; in seguito a ciò, Eleonora lascia il marito e infine ottiene la separazione.
Conquistata dalla Rivoluzione Francese si impegna in prima persona per diffonderne gli ideali presso il popolo: il punto centrale del suo pensiero fu sempre l’istruzione e l’educazione popolare, convinta com’era che quella fosse l’unica strada per raggiungere la vera uguaglianza tra gli uomini. A causa di questa attività propagandistica, però, viene arrestata e rimane in carcere per tre mesi, finchè, nei primi giorni del 1799, la fuga del re da Napoli lascia la città del caos, e lei viene liberata. Può così partecipare alla vita della Repubblica Partenopea occupandosi della direzione del giornale politico “ Il Monitore Napolitano”, tramite il quale continua la sua personale battaglia per l’educazione del popolo.
Con la caduta della repubblica e il ritorno del re in città viene giustiziata, insieme agli altri patrioti coinvolti nella rivolta antimonarchica. Era l’agosto del 1799.

Una personalità forte, dunque, una rivoluzionaria vera, Eleonora de Fonseca Pimentel.
Molto più umana, fragile, tormentata è invece Lenòr, ovvero il ritratto che di lei ci offre Enzo Striano: l’autore, per strappare dall’oblio questa donna straordinaria, decide di non scrivere un’agiografia eroica, ma una biografia (quasi) comune. Pertanto, Lenòr è una donna timida e remissiva, intelligente ma modesta, con occhi “de foco” e un gran petto florido di cui però si vergogna. Sposa un marito che non ama senza ribellarsi al volere della famiglia, e fuori dal matrimonio vive la sensualità con grandi problemi.
E poi sì, fa la rivoluzione. Ma la fa come se non avesse alternative, come se fosse qualcosa di ovvio e inevitabile: lei crede così profondamente negli ideali dell’Illuminismo che non contempla neanche la possibilità di sottrarsi alla lotta per realizzarli, per lei è scontato esporsi in prima persona per ostacolare la monarchia borbonica, è necessario rischiare la reputazione, la rendita, la libertà e la vita per conseguire quel fine. Non c’è nient’altro che potrebbe fare. Niente. Il resto di niente.

La figura della protagonista è indimenticabile proprio per questa unione peculiare di forza e debolezza, di rassegnazione “napoletana” e volontà di riscatto. E in qualche modo ci ricorda che le rivoluzioni non si fanno per eroismo, per autoaffermazione o per essere ricordati dai posteri; semplicemente, si fanno perché è giusto, perchè devono essere fatte.
Zoraide

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