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IL PORTO DI TOLEDO di Anna Maria Ortese

“Comprendevo adesso – scrivendo Toledo – una cosa: che ogni cosa è intimamente inconoscibile. Non per tutti. Per alcuni – e dovevo vedermi tra questi – l’inconoscibile è il vero. Un tempo, un paese possono essere senza lapidi, come la luna. E uomini e donne possono non avere vero nome, essere unicamente forze ostinate, ignoti suoni. C’è la storia fuori, c’è la Tigre nel cielo; e qui, nulla. Come in una casa (città) dimenticata”.
Una città livida e dolorosa, un quartiere affacciato sul mare, una casa rossa, un giovane assorta nella frontiera tra il sonno e la veglia. Questa forse la sostanza del Porto di Toledo, libro sospeso tra l’autobiografia e il delirio, tra il gioco letterario di ritrovare e rimaneggiare vecchi scritti e la necessità di ricostruire un ordine a un’esistenza frammentaria. Anna Maria Ortese è un’autrice sfuggente, restia ad apparizioni pubbliche con una vita di nomadismo alle spalle (ha vissuto tra l’altro in Libia, a Napoli, Milano, Rapallo) che alla fine della sua carriera e della sua vita ripercorre le tappe del passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza con quel gusto dell’esibizione del sentimento che le appartiene.
Un libro soprattutto sul senso dell’assenza e dell’abbandono, sulla ricerca dolente di una felicità impossibile. Sull’ambiguo paradosso, insomma, alla base di ogni vita umana, di ogni incapacità e inettitudine. E così il volere e non voler raggiungere quelle che la narratrice definisce Ere Successive, l’attrazione e la totale alterità verso i così detti Capitani di Luce, l’amore e l’odio per Lemano, uomo dolcissimo e crudele, l’ammirazione e la derisione per la bella Aurora Belman, amica rivale. Solo un dato appare fisso: la necessità degli affetti famigliari. E proprio questa necessità verrà sempre più disattesa, prima con la morte di Rassa, poi con quella di Albe e con la partenza di Lee. Proprio come nella vita dell’autrice il nucleo famigliare si smembra pian piano fino alla sua dissoluzione.
Quale rapporto si trova tra l’evanescente io narrante e l’autrice, quale il grado autobiografico? Difficili domande su cui molti critici hanno discusso. Di sicuro alcune tracce della vita della Ortese si ritrovano evidenti e chiare, alcuni passaggi fondamentali della sua formazione di scrittrice e di donna. La morte del fratello, per esempio, il bombardamento di Napoli (trasfigurata nella spagnoleggiante Toledo), le geografie del porto e del quartiere del Piliero, la famiglia, gli amori difficili… eppure tutto subisce una distorsione allegorica attraverso maschere simboliche. Prima di tutto attraverso la lingua che la Ortese ricostruisce, frammenta, perde e ritrova in un continuo gioco di semplificazione infantile; attraverso i nomi mutati e mutevoli in un vortice di ridefinizione continuo, non solo della narratrice (Dasa, Damasa, Toledana, Figuera), ma di tutti i personaggi principali, degli oggetti significativi, dei luoghi; attraverso un uso articolato di rimandi alle opere precedenti, al quadro di El Greco “Sepoltura del conte di Orgaz” e alla cultura ispanica.Dunque cos’è il Porto di Toledo, un’autobiografia? Forse, in parte. Ma non un’autobiografia dell’autrice quanto dell’universale, della ricerca dell’espressivo attraverso cui capire e dire l’invisibile, ciò che non è ma che è l’unico senso dell’essere.
Un libro difficile il Porto, difficile per tutti. Ma soprattutto per chi si ostina a volerlo capire e studiare senza concedersi di sentirlo. Il tipico libro che non si lascia domare ma capace di cambiare la vita se si riesce a fidarsi, a lasciarlo penetrare. D’altra parte il lettore ideale della Ortese non era certo un cattedratico, un colto ne considerava tale lei stessa che non aveva mai avuto un’istruzione canonica ma si era formata da autodidatta e aiutando i fratelli nello studio. Quando scriveva pensava a tutte quelle figure di vinti, abbandonati e doloranti ma vicini per indole e sensibilità all’espressivo e al mondo invisibile che in esso si invera.

Un libro composito, prosimetro, in cui la Ortese racchiude molti dei racconti comparsi nella prima raccolta, “Angelici Dolori” voluta da quel Bomtempelli che nel Porto si chiamerà D’Orgaz, e poesie composte in tutta una vita di scrittura. Piccole gemme incastonate in un diadema.

Yanna
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