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IL RESTO DI NIENTE di Enzo Striano

Poche persone prima di leggere questo romanzo avranno sentito nominare Eleonora de Fonseca Pimentel, nonostante sia stata una letterata di spicco nella Napoli settecentesca e un’eroina nazionale. E’ difficile che sia ricordata dai libri di storia o antologie letterarie, ma sarebbe ora che la sua memoria venisse riscattata dall’oblio cui la condannò il re di Napoli, Ferdinando IV, il quale aveva ordinato di distruggere ogni documento su di lei condannandola alla damnatio memoriae.
In breve, la sua vita: Eleonora nasce a Roma nel 1752 da una nobile famiglia portoghese che si trasferisce presto a Napoli. Qui, Eleonora si distingue grazie ai suoi versi, che le assicurano un sussidio mensile dalla corona oltre alla possibilità di frequentare la corte; ella inoltre frequenta i salotti più importanti dell’Illuminismo napoletano, ed entra a far parte dell’Accademia dei Filateti e di quella dell’Arcadia. A venticinque anni si sposa con Pasquale Tria de Solis, un ufficiale dell’esercito borbonico ignorante e violento: ha il vizio del gioco, la tradisce, la picchia. Da questo infelice matrimonio nasce un figlio, Francesco, che però morirà nel primo anno di vita; in seguito a ciò, Eleonora lascia il marito e infine ottiene la separazione.
Conquistata dalla Rivoluzione Francese si impegna in prima persona per diffonderne gli ideali presso il popolo: il punto centrale del suo pensiero fu sempre l’istruzione e l’educazione popolare, convinta com’era che quella fosse l’unica strada per raggiungere la vera uguaglianza tra gli uomini. A causa di questa attività propagandistica, però, viene arrestata e rimane in carcere per tre mesi, finchè, nei primi giorni del 1799, la fuga del re da Napoli lascia la città del caos, e lei viene liberata. Può così partecipare alla vita della Repubblica Partenopea occupandosi della direzione del giornale politico “ Il Monitore Napolitano”, tramite il quale continua la sua personale battaglia per l’educazione del popolo.
Con la caduta della repubblica e il ritorno del re in città viene giustiziata, insieme agli altri patrioti coinvolti nella rivolta antimonarchica. Era l’agosto del 1799.

Una personalità forte, dunque, una rivoluzionaria vera, Eleonora de Fonseca Pimentel.
Molto più umana, fragile, tormentata è invece Lenòr, ovvero il ritratto che di lei ci offre Enzo Striano: l’autore, per strappare dall’oblio questa donna straordinaria, decide di non scrivere un’agiografia eroica, ma una biografia (quasi) comune. Pertanto, Lenòr è una donna timida e remissiva, intelligente ma modesta, con occhi “de foco” e un gran petto florido di cui però si vergogna. Sposa un marito che non ama senza ribellarsi al volere della famiglia, e fuori dal matrimonio vive la sensualità con grandi problemi.
E poi sì, fa la rivoluzione. Ma la fa come se non avesse alternative, come se fosse qualcosa di ovvio e inevitabile: lei crede così profondamente negli ideali dell’Illuminismo che non contempla neanche la possibilità di sottrarsi alla lotta per realizzarli, per lei è scontato esporsi in prima persona per ostacolare la monarchia borbonica, è necessario rischiare la reputazione, la rendita, la libertà e la vita per conseguire quel fine. Non c’è nient’altro che potrebbe fare. Niente. Il resto di niente.

La figura della protagonista è indimenticabile proprio per questa unione peculiare di forza e debolezza, di rassegnazione “napoletana” e volontà di riscatto. E in qualche modo ci ricorda che le rivoluzioni non si fanno per eroismo, per autoaffermazione o per essere ricordati dai posteri; semplicemente, si fanno perché è giusto, perchè devono essere fatte.
Zoraide

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