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LA TRAVERSATA DEI SENSI di Nadyema

Un villaggio, Zebib, da qualche parte in un’arabia mussulmana e iper moralista, una giovane sposa vergine che la prima notte di nozze non riesce ad essere “aperta”, il disonore della famiglia, il dubbio di un sigillo magico imposto e mai aperto, una donna rispettata come fattucchiera dal passato torbido e segreto. Questa la situazione di partenza che darà vita al lungo viaggio delle due, un viaggio alla ricerca della maga che ha imposto il sigillo ma anche un viaggio per scappare dai limiti e i confini imposti dal villaggio. Non solo i limiti fisici della segregazione in casa che le donne subiscono, ma soprattutto i confini mentali e corporei che la giovane Leila vive verso il proprio corpo e il proprio essere donna. Ogni luogo fisico nuovo corrisponde alla caduta di una barriera verso il piacere.

Zobida, nome falso che la donna adulta si è data per celare il passato, diventa educatrice di questa giovane vergine e la istruisce nella sua arte: il sesso. Non crede nell’amore, ma nel piacere sì ed è sicura che, chi dice che le donne portano discordia e che il corpo delle donne non appartiene a loro stesse ma ai loro mariti, menta sapendo di mentire. Conosce le perversioni di cui a volte il piacere si ammanta e le disdegna perchè il piacere vero non ha bisogno di orpelli sciocchi. Alla fine del viaggio, grazie alle sue istruzioni, la pudica Leila si sarà trasformata in una donna che sa come godere e che discorre di “scopate”, “verghe” e “gatte” senza nessun segno di rossore.

 

Un libro di sicuro inadatto alle educande, o forse scritto proprio per loro, che non disdegna un linguaggio esplicito e chiaro. La sensualità espressa in ogni pagina viene però smorzata e attenuata da alcuni espedienti narrativi poco realistici (tutto il libro viene scritto da un certo Alì a cui Zobida lo detta durante svariati amplessi) ed eccessivi (in successione troviamo un baccanale e subito dopo un contadino che pratica zoofilia con una mula). Forse questa pecca può essere giustificata dal sapore favolistico che si respira nel libro: il viaggio è viaggio di formazione dichiarato e prevale l’elemento esemplare al senso del verosimile.

Inoltre bisognerebbe conoscere meglio la tradizione letteraria araba per poter capire quali e quanti riferimenti impliciti a miti e leggende si riscontrano anche nella costruzione dell’impianto narrativo. Di sicuro si sente il sapore dei racconti di Sherazade e forse anche il tema della libera elezione del piacere si può ricollegare a quell’antico filone.

Sicuro è che la sensazione per un lettore moderno occidentale del tutto privo di riferimenti alla cultura araba è quella di una storia costruita su una serie di forzature e improbabilità.

 

La provocazione lanciata da Nedyma (pseudonimo per l’autore/autrice) vale per tutte le donne e gli uomini che ancora faticano a liberarsi dalle barriere e dalle costruzioni sociali e a vivere con gioiosa libertà il rapporto col piacere e con il corpo. Non si senta escluso nessuno perchè il viaggio di Leila è per noi tutti, di qualunque cultura e religione perchè in quasi ogni cultura e religione esistono tabù e restrizioni.

Yanna

 

 

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